L’idea
Il suggerimento di un giro in mountainbike sul Legnone nasce quasi otto anni fa da un’idea del mio amico Teo.
Lui questa montagna ce l’ha nel cuore, l’ha già girata in lungo e in largo diverse volte, arrivandoci in macchina, in treno, con la bici da corsa e poi camminando fino in vetta, ogni volta come se fosse la prima.
Attualmente io e il mio fido compagno d’avventure Moreno non abbiamo ancora le capacità e la preparazione per affrontare un’avventura di questo genere, per cui ci diamo un obiettivo più a lungo termine nell’attesa di migliorare le prestazioni fisiche ma soprattutto quelle tecniche.
Gli anni passano, noi diventiamo un po’ più bravi, il nostro gruppo WhatsApp cresce, le uscite montane si fanno sempre più importanti e la parola Legnone risuona ogni tanto nelle chiacchiere tra i compagni di pedalate.
Il progetto
Il vantaggio indiscusso di conoscere e pedalare con tanti bikers è anche quello di allargare i propri orizzonti ed avere suggerimenti, spunti e notizie utili a realizzare le proprie idee.
Grazie infatti al fortuito e felice incontro con il mio “tracciatore” virtuale di giri Aledabomb (alias Davide) il giro di bikers “cicloalpini” si amplia e tra i tanti nuovi amici, fa capolino un certo Gufo (alias Fabio).
Una volta scoperto il fatto che il Gufo abita a Colico, e dopo averlo visto venir giù come un razzo da qualsiasi cosa assomigli ad un sentiero, parte automaticamente il fiume di domande sul Legnone.
L’uomo dalla camicia hawaiana mi premette una cosa su tutte: “il Legnone lo fai una volta e dopo che ti sei messo la medaglia di latta al collo….non lo fai più”. Questa frase mi è rimasta sempre in mente ed è stata il mantra sul quale ho poi progettato il mio giro.
Il suo ragionamento è molto semplice, raggiungere la vetta della montagna in bici non ha molto senso dal punto di vista ciclistico, contando anche il fatto che gli ultimi 40 minuti di sentiero, dalle gallerie alla cima, prevedono la salita esclusivamente a piedi, senza neanche ipotizzare un portage inutile. Inoltre esistono giri molto più divertenti e tecnici intorno al Legnone che danno più soddisfazione dal punto di vista della mountainbike.
Detto, fatto: il saggio gigante, mi propone il giro del passo del Colombano con la discesa a Colico dal rifugio Scoggione. Una figata pazzesca! Non sto a raccontarvi i dettagli di questa gita altrimenti mi servirebbero ancora un po’ di capitoli, la rimandiamo vis a vis durante una birretta in compagnia.
Si parte!
Chissà come mai ogni volta che si presenta la congiunzione astrale tra impegni, famiglia e paturnie varie, il Legnone è sempre pieno di neve; capita però che a fine luglio a cavallo tra un weekend in famiglia sul lago di Iseo e le vacanze al mare mia moglie mi dica “se il prossimo fine settimana vuoi andare in bici organizzati pure, tanto poi partiamo per l’Abruzzo”.
Come lasciarsi scappare l’occasione, guardo subito le mie note dei possibili giri e spulcio quelli da due giorni nella “to do list”, ed ecco che, ormai dimenticato, tra la via del sale e il Cervino spunta lui: il Legnone!
Subito preparo la proposta e la lancio sul gruppo WhatsApp, anche perché in diversi mi avevano chiesto, nel tempo, di organizzare la gita sopra Colico e volevo che tutti potessero cogliere al volo l’opportunità di venire.
L’idea è quella di partire il sabato dopo pranzo da Colico per salire al rifugio a Griera dove si pernotterà; la domenica poi si arriva in vetta e si scende allo Scoggione per un lauto pranzo e la meritata discesa “bastarda” che il Gufo mi aveva fatto scoprire nel giro del Colombano. Chiusura a Colico con bagno in spiaggia e ritorno a casa per cena.
Subito salta a bordo Simone, a cui fa seguito anche Fabrizio che però rimane in forse per potenziali impegni famigliari, anche i due fratelli Luca e Marco si aggregano, ma poi anche loro lasceranno per l’incognita meteo.
In effetti, come per la gita a Paganella, anche questa volta le previsioni indicano temporali il sabato sera e la domenica pomeriggio….ma come dice Aledabomb “non esistono condizioni meteo avverse, esistono solo uomini arrendevoli”, per cui mi decido a prendere quel che viene ed anche Simone è d’accordo con me, ormai siamo in ballo….e balliamo!
La salita
Raggiungo casa di Simone con il mio Pandozzo e ci dirigiamo verso Colico con la sua macchina, il tempo di scaricare armi e bagagli, e come da programma svizzero alle 14:00 siamo in sella. Il tempo di fare 200mt e mi accordo che il pompante del freno a disco posteriore della mia bici fa i capricci. Si, lo so, è da un paio di mesi che lo dovrei cambiare, ma il tempo è sempre tiranno…e ti punisce quando meno te lo aspetti.
Incurante della cosa mi metto a ruota del mio compagno d’avventura e ci dirigiamo verso Dervio; costeggiamo l’insenatura dell’abbazia di Piona e l’andatura tranquilla mi permette di cogliere appieno la bellezza di questa zona che non ho mai frequentato, mi riprometto di tornarci con la family per un bel giro in gommone con picnic, la cosa mi suona bene.
Intanto il freno posteriore decide di chiudersi costringendomi a pedalare la bici quasi completamente frenata: che giramento di …….! Ci fermiamo alla prima fontanella utile lungo la strada e facciamo già il pieno, sono bastati solo 10km di asfalto per consumare la prima borraccia, il caldo si fa decisamente sentire.
Arriviamo infatti a Dervio e decidiamo di deviare per la prima spiaggia che vediamo alla nostra destra, siamo lavati di sudore e Simone decide, al netto delle scarpe, di infilarsi vestito in acqua per sbollire un po’. Io decido di non compromettere il fondello bagnandolo, questo per paura che poi il mio sedere ne risenta lungo la salita, ne approfitto invece per aprire le pinze del freno posteriore con il cacciagomme in modo da riuscire a pedalare senza resistenze extra, ed intanto sudo come una fontana.
Svoltiamo al solito bar che ci vede protagonisti quando chiudiamo con una birra il giro su San Defendente e incominciamo la salita verso la Valvarrone. La prima sequenza di tornanti verso la superstrada unita alla temperatura torrida ed all’assenza di vento mi fa balenare nella testa l’idea che la sto facendo fuori dal vaso: “ma che cavolo sto combinando, non ce la farò mai così”.
Nel frattempo incrociamo un “tutina” tirato da gara che Simone convince a pedalare con noi, si tratta di un ragazzo che correva come dilettante su strada e che ora gareggia in mountainbike e triathlon, insomma una belva da competizione con il quale si chiacchiera di gare e doping, ci racconta che ha un bar a Dervio e ci invita ad andarlo a trovare alla prima occasione; poco dopo si stacca da noi dato che ha il turno del pomeriggio e deve tornare a fare una doccia prima del lavoro.
Le chiacchiere in compagnia mi hanno distolto dalla fatica ma il mio corpo mi dice basta, allora chiedo a Simone, anche lui bello cotto, di fermarci alla prima pianta utile con un po’ d’ombra per mangiare qualcosa ed abbassare la temperatura.
La pausa e le fontane lungo il tracciato ci permettono di bagnarci, rifocillarci e “crederci” un po’ di più, si va avanti, non molliamo.
Intanto il cielo si chiude sempre di più ed in lontananza arriva il rumore dei tuoni del tipico temporale estivo, ed infatti ad Introzzo, subito dopo esserci fatti la doccia nell’ennesima fontana, ecco le prime gocce d’acqua che scendono dal cielo.
Mai la pioggia fu tanto propizia, mettiamo con calma i coprizaini e risaliamo in sella felici e goduti, sotto una pioggia leggera pedaliamo verso Tremenico godendoci nel frattempo l’aria e la temperatura più mite portata dal temporale. Siamo talmente madidi di sudore che le gocce d’acqua quasi non si sentono, non fosse per il fatto che ci aiutano ad abbattere il calore corporeo.
Lungo la strada e nei paesini incrociamo qualche “giovanotto” locale che come sempre salutiamo con il sorriso e con qualche frase amichevole, intanto riflettiamo sul fatto che anche questo è un segno inequivocabile di come ormai solo gli anziani rimangono ad abitare in località non proprio a portata di mano (e soprattutto di auto) mentre i giovani si spostano verso la cosiddetta civiltà.
Arrivati ad Avano la pioggia termina lasciando però un ambiente più “umano” per noi che, sino a mezz’ora prima, ci siamo bolliti sotto il sole. Ed ecco intanto la meritata svolta verso il parcheggio sotto il piccolo paesino di Pagnona.
Ci concediamo una pausa barretta nel parcheggio che gli escursionisti usano per avventurarsi sui sentieri sopra di noi e che i locali sfruttano per le loro jeep con le quali si portano legna e viveri su agli alpeggi.
La stanchezza inizia a farsi sentire, complici le energie che il caldo ci ha fatto consumare nella prima parte della salita, riempiamo sacca e borraccia all’ultima fontana utile che il la mappa ci segnala e partiamo con lo sterrato.
La salita che ci porterà al rifugio Griera è una carrareccia jeppabile con una pendenza “normale”, insomma una di quelle che normalmente ci mangeremmo senza problemi, ma affrontata in riserva diventa un po’ più problematica del previsto, in pratica ci diamo come obiettivo “il prossimo tornante” per riprendere fiato e far scendere le pulsazioni. Fortunatamente il fatto che si trovi nel sottobosco ci permette di ripararci dal sole che intanto è tornato a splendere nel cielo sopra di noi.
Incrociamo nel frattempo un gruppo di sette escursionisti che salutiamo e con i quali scambiamo qualche frase simpatica di circostanza. Inizia a questo punto un tira e molla con il gruppetto dato dalle nostre pause ai tornanti, l’effetto elastico li riporta davanti a noi in curva dopodiché noi riprendiamo terreno sui traversi.
Chiacchierando con loro scopriamo che saranno i nostri compagni di cena e pernotto in rifugio, io e Simone siamo fiduciosi sul fatto che il gruppo sembra allegro e ben disposto nei nostri confronti, si prevede una bella serata.
Diamo fondo alla nostra ultima riserva di zuccheri poco sotto l’alpeggio che segna la fine del bosco, gustandoci lo splendido paesaggio che ci si pone davanti con uno spicchio di lago là in fondo alla valle, come a ricordarci da dove siamo partiti e quanta strada abbiamo fatto.
Ed ecco lassù il Griera, si sentono le voci sopra di noi di un gruppetto di ragazzi che gridano “e bevilo, bevilo, bevilo, tutto d’un fià!”….chissà cosa ci aspetta pensiamo!
L’alpeggio è ormai raggiunto, facciamo quattro chiacchiere con la capretta che viene a darci il benvenuto e calcoliamo che con due tornanti ed altrettanti traversi abbiamo raggiunto la meritata birra!
Mentre raschiamo il fondo del barile ci gustiamo il paesaggio che si apre daventi a noi: uno spettacolo della natura
Io e Simone concordiamo sul fatto che tutte le foto che stiamo scattando non renderanno l’idea della bellezza di quello che stiamo vedendo intorno a noi, pertanto immortaliamo il necessario e chiudiamo l’ultimo tornante: ci siamo, siamo arrivati!
Una gentile signora ci da un caloroso benvenuto portandoci subito la lista delle birre artiginali che hanno a disposizione e che, ìn men che non si dica, sono già nei nostri stomaci! La sensazione che ti da il primo sorso di birra fresca quando finisci una salita è sempre memorabile, e pensare che quando ero ragazzo neanche mi piaceva….
Il Griera
Il pernotto passato al rifugio Griera merita un capitolo a sé, anzi, cercherò di non dilungarmi troppo perché qualcosa andrà sicuramente censurato!
Subito dopo aver smontato gli zaini, indossato i nostri infradito e completato il primo giro di Pils, conosciamo Serena, la ragazza che gestisce il rifugio la quale, affiancata dal giovane Teo sta lavorando in cucina per preparare la cena di tutti.
Purtroppo per colpa del discorso Covid la gestione dei rifugi, Griera compreso, ha subito qualche variante nella gestione e fruizione dello stesso, quella più scocciante riguarda sicuramente la doccia, infatti essendocene una sola e non avendo la possibilità di sanificare ogni volta l’ambiente, ne è vietato l’uso…risultato: lavandino e via!
Anche le crocs che di solito di solito si trovano nel deposito scarponi sono vietate, nessun problema, eravamo stati avvisati, ci siamo portati le infradito da casa….peccato che Simone, per risparmiare spazio, ha preso quelle di sua figlia taglia 38, si ma lui ha il 44! Dettaglio trascurabile, pensiamo a sistemarci.
Saliamo al primo piano dove ci si presenta la camerata comune con tutti i letti a castello, scegliamo per comodità il primo letto a castello utile verso la porta, visto che poi al mattino saremo i più mattinieri del gruppo.
Io mi sono fatto dare il saccolenzuolo usa e getta, che per 2€ di investimento vale sicuramente la zavorra risparmiata, non è cosi per Simone, che si è portato il sacco a pelo da casa, e sentendo quanto costa l’aggeggio si recrimina il fatto di averlo portato con se, informazione utile al prossimo giro
Intanto continuano le chiacchiere e le battute con il gruppo di escursionisti (quelli incontrati sopra Pagnona) composto da tre uomini e quattro donne, più o meno della nostra età, nell’attesa che dalla cucina arrivi il “tutti a tavola!”.
Non passano neanche due minuti e fa capolino alla porta del rifugio Serena, la quale ci invita ad entrare e ad accomodarci, è ora di mangiare.
Io e Simone occupiamo il fondo della tavolata mentre tutto il resto della banda si schiera a completare i posti a sedere.
Intanto dalla più “curiosa” e frizzante del gruppo scatta la domanda fatidica: “…sentivo che parlavate di figli, siete sposati?”
E qui, con la risposta sbagliata, ci poteva giocare tutta la nottata, ma i bravi condottieri rispondono come da manuale: “certo, sposati!”
Parte a questo punto il “Colombo” che da capotavola fa il bollettino: 3 uomini separati, 3 donne separate, 1 donna boh…ma intoccabile. Gli fa eco il Joker della serata: “Carletto”, il quale da buon cinquantenne suonato e vissuto, tira le redini della serata giocando e scherzando con tutti, facendo massaggi a teste e piedi di tutto il pubblico femminile e spingendo il livello alcolico oltre il consentito, facendo in modo che tutto il treno della compagnia fosse ben lanciato sui binari e che nessuno lo potesse fermare.
Subito dopo il quadruplo giro degli amari, essendo ormai mezzanotte, tutto lo staff del rifugio si congeda con la buona notte e Serena, da brava padrona di casa, ci assicura che si alzerà mezz’ora prima delle 7:00 per prepararci la colazione; di contro il gruppo di C&C (Carletto&Colombo) dichiara apertamente che prima delle 10:00 non si faranno vedere….
Anch’io approfitto del momento per congedarmi e salire in branda per cercare di riposare un po’, il buon Simone poco dopo mi raggiunge.
Intanto il gruppo si è traferito all’esterno del rifugio, proprio sotto la nostra finestra, e tra canti, balli e chiacchiere faranno casino sino alle 2:00.
Meno male che il buon Simone fosse dotato di tappi per le orecchie, questo accessorio gli ha permesso di dormire un po’, perché invece il sottoscritto è rimasto sveglio sino all’alba… Si perché il gruppo di assatanati, una volta saliti in camerata, ha proseguito l’andamento barbarico a oltranza, tra Carletto che saltava da una branda all’altra a dispensare bacini della buona notte e Colombo che si difendeva dagli attacchi del compagno che doveva indagare sulla situazione andrologica dell’amico.
Almeno ero sdraiato, ed il corpo ha potuto ricaricare le batterie, il cervello un po’ meno visto che ho analizzato il russare di tutti, ho contato le volte che sono andati in bagno, ho sentito Simone alzarsi alle 6:00 per prepararsi e, alla fine, è toccato alla mia sveglia delle 6:20…che incubo!
In realtà, se devo essere sincero, anche le altre volte che mi è capitato di dormire in rifugio, una volta con Moreno al Pizzini, ed un’altra da solo ai Forni, non ho mai realmente dormito un granché, non so se si tratti della tensione o dei pensieri legati alla successiva escursione, se sia la stanchezza o l’altitudine, ma effettivamente alla fine, quel che conta, è riposarsi un po’ e ricaricare le batterie.
